PENSUM
sabato 22 giugno 2019
CAIO GIULIO CESARE
Poniamo che Caio Giulio Cesare venga catapultato, per uno strano scherzo del destino, nell'Italia di oggi. In una campagna pugliese, per la precisione. Sicuramente, ammirerebbe il paesaggio; godrebbe del riflesso che il sole di Puglia genera sul suo scudo; sarebbe stregato dalle immense distese di grano. Poi, però, cercherebbe di conquistare il potere. Perché ogni Cesare che si rispetti ha un solo obiettivo: sedere su un sedile prestigioso, qualunque esso sia. Il potere è, per lui, ogni potere: un poterino, un poterucolo, un poterone. Cesare può anche essere ambizioso e volere, dunque, i poteri maggiori ma, si sa, chi ben comincia è a metà dell'opera. Perciò il nostro Caio Giulio diventerebbe assessore, consigliere regionale, amministratore delegato, ingegnere, malato immaginario. Accumulerebbe titoli, insomma, servendosi di ogni mezzo. Sarebbe un politico spregiudicato che pur di decidere quanto costa il latte, farebbe di tutto. Cesare, per farla breve, sarebbe un italiano classico: affamato di soldi, meschino, pronto a tutto per togliere un tozzo di pane al vicino che gli sta antipatico. E noi, anche questo si sa, siamo un po' tutti figli di Cesare.
domenica 2 dicembre 2018
IL SOLE D'INVERNO
Vivere significa fornire prestazioni. Esistere non basta, occorre
lavorare sempre: in famiglia, nella coppia, con gli altri. Vivere
significa produrre un reddito spendibile nel mercato sociale. Dalla
nostra efficienza dipende l’amore che riceviamo: “Bravo, continua
così...”. L’amore non è gratis. L’amore si compra con la
moneta della normalità. La norma registra la nostra adesione al
modello prestazionale-economico che la vita ci suggerisce. Tutti
lavoriamo per lavorare. Tutti rendiamo conto di noi stessi. Esistere
non basta. Dobbiamo esibirci sul palco dell’economia reale.
Dobbiamo garantire una performance che
risponda alle istanze lunari del nostro tempo. Dobbiamo contrarre
debiti e generare crediti. Dobbiamo essere soggetti economici. Noi
stessi siamo la merce che consumiamo e facciamo consumare. Dal
produttore al consumatore. Sempre. Ogni giorno. Per una vita. Una
vita passata ad elemosinare riconoscimenti
multipli. E poi, un abbraccio autentico (forse). Un sorriso.
L’affetto smisurato. L’abbandono. Un ballo. Una battuta. Il sole
d’inverno. “E il mio maestro mi insegnò com’è difficile
trovare l’alba dentro l’imbrunire”.
domenica 18 novembre 2018
MALEDETTI LIBRI
Nei libri sono contenute parole. Le parole producono immagini. Le
immagini occupano i crani. Le immagini sono seducenti: illudono che
il mondo sia rappresentabile. Nelle immagini ci si rispecchia e si
muore. Si muore di fantasia. La fantasia fa volare e, come tutti
sappiamo, volare non è possibile. Nei libri, dunque, risiedono
parole, immagini, fantasie: in altre parole, quando si legge, si
vola. E volare, lo ripeto, non è possibile. I libri sono la
residenza dell’impossibile.
Una
volta intrisi di impossibile, torniamo a riaprire gli occhi: a
mangiare le rape, a dover conseguire titoli, a voler omaggiare
qualcuno per riceverne l’approvazione. Scopriamo così che il
principio di identità vale: l’impossibile è impossibile. Siamo
delusi. Chiudiamo nuovamente gli occhi. Tentiamo di scappare. Ma la
vita ci tiene, nel suo abbraccio letalmente reale. Nel quotidiano,
percepiamo i segni dell’impossibile che abbiamo frequentato (non si
sa come; ah sì, leggendo libri). Dunque, inciampiamo nelle azioni
più banali, quelle che ci configurano come normali. Non siamo
normali. Eviteremmo con piacere alcuni inconvenienti: respirare,
lavorare, salutare, domandare a se stessi qual è il senso della
nostra esistenza. Vivremmo nella non-vita. Ci abbandoneremmo alla
comodità del cielo, delle nuvole e del non-senso. Invece, siamo qui:
in preda all’impossibile e alla terra ferma; tra pensiero e azione;
tra le parole e le pentole; tra le immagini e l’asfalto; tra i
libri e la vita.
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sabato 10 novembre 2018
L'AMORE E GLI OREO
L’amore è attrazione e contatto. E’ attrazione: l’amato
conduce a sé l’amante senza nemmeno toccarlo. E’ contatto:
l’amante e l’amato, toccandosi, sperimentano un’unione
irripetibile. I due contraenti di questo patto gioioso accettano di
trasformarsi giocando. Divertendosi insieme, questi giocatori
rinunciano, inizialmente, al loro passato incontrando il passato
dell’altro. Le storie si fondono. Il passato sparisce. Comincia un
nuovo futuro. L’intimità produce una nuova personalità, una nuova
maschera sorridente, una nuova felicità condivisa. I due giocatori
cambiano insieme. Ballano. La musica dei corpi pretende una danza
spensierata. Così, i soldi, il lavoro, la cultura non contano,
finalmente. Un’altra civiltà emerge del desiderio partecipato: un
piccolo mondo fatto di sguardi, fantasie, pelli. Un mondo dove tutto
è possibile: andare sulla luna in bici, rendere l’asfalto un
oceano, far apparire un baretto un ristorante di lusso. Un mondo
senza giudici che puntano il dito. La pesantezza della morale non ha
spazio nella casa leggera dell’amore.
Detto questo, posso
ben dire di essere innamorato degli Oreo. Gli Oreo mi attraggono
fatalmente. Gli do un morso. Mi dimentico di tutto mentre li mangio e
poi sorrido. Tra me e gli Oreo, c’è attrazione e contatto. Dunque,
è amore.
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giovedì 1 novembre 2018
ELOGIO DEL TRASH
Uomini e Donne, Temptation Island, Ex on the Beach, Grande Fratello Vip. Questi sono cosiddetti programmi trash, cioè contenitori mediatici dove si consuma lo scherzo umanoide delle coppie, dei corpi e dei litigi.
Ora, c'è chi, con un certo snobismo, definisce spazzatura tutto ciò, come se ci fosse qualcosa che non lo sia. C'è chi è convinto, in breve, che esista qualcosa di serio: essi credono davvero che ci siano differenze fondamentali tra la storia di Gem e George (due partecipanti di Uomini e Donne dei vecchi) e quella di Paolo e Francesca; oppure che la lite tra Fabrizio Corona e Hilary sia davvero diversa da quelle tra Moscovici e Salvini; oppure che la casa thailandese di Ex on the Beach sia più lussuriosa di quella di Sartre e Simone de Beauvoir.
Dato che, come abbiamo appena potuto intuire, non esiste nulla di serio, possiamo concludere che il cosiddetto trash non sia altro che l'ennessima rappresentazione della commedia umana. Nulla di più, nulla di meno.
Ma ammettiamo pure che le accuse che si fanno a questi programmi siano vere. Le accuse di solito sono le seguenti: non hanno senso, sono diseducativi, fanno ridere e basta. Mi chiedo se, in un mondo saturo di senso, educato ma in rovina, fin troppo serioso, queste non siano accuse ma lusinghe. In altre parole, questi programmi sono delle perle rivoluzionarie, che fanno tremare dalle fondamenta la dittattura imposta del significato (che produce proprio senso, educazione e seriosità). Il potere della realtà, davanti ad una puntata di Temptation Island, vacilla. Il mondo finalmente emigra verso la fantasia sfrenata. Il trash è l'avanguardia rivoluzionaria.
Maria de Filippi è meglio di Lenin!
Ora, c'è chi, con un certo snobismo, definisce spazzatura tutto ciò, come se ci fosse qualcosa che non lo sia. C'è chi è convinto, in breve, che esista qualcosa di serio: essi credono davvero che ci siano differenze fondamentali tra la storia di Gem e George (due partecipanti di Uomini e Donne dei vecchi) e quella di Paolo e Francesca; oppure che la lite tra Fabrizio Corona e Hilary sia davvero diversa da quelle tra Moscovici e Salvini; oppure che la casa thailandese di Ex on the Beach sia più lussuriosa di quella di Sartre e Simone de Beauvoir.
Dato che, come abbiamo appena potuto intuire, non esiste nulla di serio, possiamo concludere che il cosiddetto trash non sia altro che l'ennessima rappresentazione della commedia umana. Nulla di più, nulla di meno.
Ma ammettiamo pure che le accuse che si fanno a questi programmi siano vere. Le accuse di solito sono le seguenti: non hanno senso, sono diseducativi, fanno ridere e basta. Mi chiedo se, in un mondo saturo di senso, educato ma in rovina, fin troppo serioso, queste non siano accuse ma lusinghe. In altre parole, questi programmi sono delle perle rivoluzionarie, che fanno tremare dalle fondamenta la dittattura imposta del significato (che produce proprio senso, educazione e seriosità). Il potere della realtà, davanti ad una puntata di Temptation Island, vacilla. Il mondo finalmente emigra verso la fantasia sfrenata. Il trash è l'avanguardia rivoluzionaria.
Maria de Filippi è meglio di Lenin!
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domenica 28 ottobre 2018
SENSIBILITA' E RIMEDI
"Come sei sensibile...". Chiunque abbia espresso un'emozione o azzeccato un congiuntivo si è sentito pronunciare questa frase. Ma cosa vuole dire essere sensibili?
Innanzitutto, significa essere permeabili: ai desideri, ai vezzi e agli umori altrui. Il sensibile ha, al posto del corpo, una sorta di ricettore permanente di stimoli esterni.
Esterni ma non interni. Infatti, impegnato com'è a prestare attenzione all'esterno, dimentica l'interno, cioè se stesso.
Il sensibile è un individuo decentrato che passa le sue giornate ad assorbire il mondo. A perfezionare questa tendenza interviene spesso l'immaginazione la quale è in grado di generare storie e idee anche a partire dal nulla. Una smorfia, un pensiero, un capriccio (sempre altrui) diventano, nella mente del sensibile, immagini fisse, motivo di grandi e tragiche riflessioni che si susseguono durante pochi secondi: "Mi ha guardato", "Ha storto il naso", "Mi odia".
Quindi, in conclusione, possiamo dire che il sensibile è permeabile, decentrato e dominato dalla sua stessa immaginazione: in una parola, fragile.
Per questo, sembra sconveniente essere sensibili. In effetti, lo è: provate ad arrivare a fine giornata dopo aver vissuto minimo venti vite (di altre persone) e aver prodotto, nella maggior parte dei casi, giudizi astratti o assurdi. Un inferno, da cui è possibile evadere in due modi: trasformandosi in una pianta o in un comodino. Gli ultimi studi sulle piante, però, rilevano la complessità della loro vita: dunque, c'è il rischio di essere sensibili, diventando in una pianta.
Rimane una sola possibilità, per uscire dal tunnel della sensibilità: essere un comodino!
Innanzitutto, significa essere permeabili: ai desideri, ai vezzi e agli umori altrui. Il sensibile ha, al posto del corpo, una sorta di ricettore permanente di stimoli esterni.
Esterni ma non interni. Infatti, impegnato com'è a prestare attenzione all'esterno, dimentica l'interno, cioè se stesso.
Il sensibile è un individuo decentrato che passa le sue giornate ad assorbire il mondo. A perfezionare questa tendenza interviene spesso l'immaginazione la quale è in grado di generare storie e idee anche a partire dal nulla. Una smorfia, un pensiero, un capriccio (sempre altrui) diventano, nella mente del sensibile, immagini fisse, motivo di grandi e tragiche riflessioni che si susseguono durante pochi secondi: "Mi ha guardato", "Ha storto il naso", "Mi odia".
Quindi, in conclusione, possiamo dire che il sensibile è permeabile, decentrato e dominato dalla sua stessa immaginazione: in una parola, fragile.
Per questo, sembra sconveniente essere sensibili. In effetti, lo è: provate ad arrivare a fine giornata dopo aver vissuto minimo venti vite (di altre persone) e aver prodotto, nella maggior parte dei casi, giudizi astratti o assurdi. Un inferno, da cui è possibile evadere in due modi: trasformandosi in una pianta o in un comodino. Gli ultimi studi sulle piante, però, rilevano la complessità della loro vita: dunque, c'è il rischio di essere sensibili, diventando in una pianta.
Rimane una sola possibilità, per uscire dal tunnel della sensibilità: essere un comodino!

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mercoledì 24 ottobre 2018
LA TEATRALITA' DELLA POLITICA
La politica è il teatro. Il teatro che si nutre della propria socialità, fatta di ruoli, contrapposizioni, posizioni. A guidare la composizione della scena politico-teatrale è una logica binaria e polarizzata (siano i poli due o tre). Gli attori si dividono, perciò, in fazioni. Ci sono lotte, insulti, morti. In altre parole, il racconto politico è rappresentato (ed è efficace) come racconto tragico. Quale piacere si tragga dall'assistere o dall'essere parte di una tragedia simile, non mi è chiaro. So solo che questo discorso politico-teatrale sociale, polare, dialettico, binario e tragico risulta comprensibile per gli attori e per il pubblico; e questo, forse basta a capire il suo successo. In questo tipo di spettacolo in cui "sangue e merda" fanno da sfondo ad un duello più o meno concreto, tutti diventano parte dello scherzo, leggendo un copione o inventando di volta in volta un prontuario ideologico ad hoc. Vivi e morti vengono fagocitati nel calderone dell'intrattenimento. Alcuni attori si sentono padroni della scena e usano le comparse per perseguire una socialità schematica e dualistica: Mimmo Lucano è mio, Pamela Mastropietro è tua. La politica possiede un equilibrio fragile che si mantiene grazie all'impegno dei suoi protagonisti che in cambio ricevono potere: uno scambio apparentemente vantaggioso per gli attori-padroni. Facilità del racconto scenico e vantaggio delle parti in causa rendono questo modello, probabilmente, perfetto. Però, il mondo perlopiù è in rovina. Quindi, è necessario trovare una soluzione. L'unica soluzione al senso binario e-banalmente- dialettico della teatralità della politica è il dadaismo. Basta ruoli, contrapposizioni e posizioni! Le nomine dei ministri andrebbero fatte fare ai parrucchieri. Tra le prerogative del Presidente della Repubblica dovrebbe esserci quella di lavare i piatti con un elefante. La nuova Costituzione dovrebbe aprirsi così: "Ti piace il fossato, piccolo?"
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