domenica 28 ottobre 2018

SENSIBILITA' E RIMEDI

"Come sei sensibile...". Chiunque abbia espresso un'emozione o azzeccato un congiuntivo si è sentito pronunciare questa frase. Ma cosa vuole dire essere sensibili?
Innanzitutto, significa essere permeabili: ai desideri, ai vezzi e agli umori altrui. Il sensibile ha, al posto del corpo, una sorta di ricettore permanente di stimoli esterni.
Esterni ma non interni. Infatti, impegnato com'è a prestare attenzione all'esterno, dimentica l'interno, cioè se stesso.
Il sensibile è un individuo decentrato che passa le sue giornate ad assorbire il mondo. A perfezionare questa tendenza interviene spesso l'immaginazione la quale è in grado di generare storie e idee anche a partire dal nulla. Una smorfia, un pensiero, un capriccio (sempre altrui) diventano, nella mente del sensibile, immagini fisse, motivo di grandi e tragiche riflessioni che si susseguono durante pochi secondi: "Mi ha guardato", "Ha storto il naso", "Mi odia".
Quindi, in conclusione, possiamo dire che il sensibile è permeabile, decentrato e dominato dalla sua stessa immaginazione: in una parola, fragile.
Per questo, sembra sconveniente essere sensibili. In effetti, lo è: provate ad arrivare a fine giornata dopo aver vissuto minimo venti vite (di altre persone) e aver prodotto, nella maggior parte dei casi, giudizi astratti o assurdi. Un inferno, da cui è possibile evadere in due modi: trasformandosi in una pianta o in un comodino. Gli ultimi studi sulle piante, però, rilevano la complessità della loro vita: dunque, c'è il rischio di essere sensibili, diventando in una pianta.
Rimane una sola possibilità, per uscire dal tunnel della sensibilità: essere un comodino!

mercoledì 24 ottobre 2018

LA TEATRALITA' DELLA POLITICA

La politica è il teatro. Il teatro che si nutre della propria socialità, fatta di ruoli, contrapposizioni, posizioni. A guidare la composizione della scena politico-teatrale è una logica binaria e polarizzata (siano i poli due o tre). Gli attori si dividono, perciò, in fazioni. Ci sono lotte, insulti, morti. In altre parole, il racconto politico è rappresentato (ed è efficace) come racconto tragico. Quale piacere si tragga dall'assistere o dall'essere parte di una tragedia simile, non mi è chiaro. So solo che questo discorso politico-teatrale sociale, polare, dialettico, binario e tragico risulta comprensibile per gli attori e per il pubblico; e questo, forse basta a capire il suo successo. In questo tipo di spettacolo in cui "sangue e merda" fanno da sfondo ad un duello più o meno concreto, tutti diventano parte dello scherzo, leggendo un copione o inventando di volta in volta un prontuario ideologico ad hoc. Vivi e morti vengono fagocitati nel calderone dell'intrattenimento. Alcuni attori si sentono padroni della scena e usano le comparse per perseguire una socialità schematica e dualistica: Mimmo Lucano è mio, Pamela Mastropietro è tua. La politica possiede un equilibrio fragile che si mantiene grazie all'impegno dei suoi protagonisti che in cambio ricevono potere: uno scambio apparentemente vantaggioso per gli attori-padroni. Facilità del racconto scenico e vantaggio delle parti in causa rendono questo modello, probabilmente, perfetto. Però, il mondo perlopiù è in rovina. Quindi, è necessario trovare una soluzione. L'unica soluzione al senso binario e-banalmente- dialettico della teatralità della politica è il dadaismo. Basta ruoli, contrapposizioni e posizioni! Le nomine dei ministri andrebbero fatte fare ai parrucchieri. Tra le prerogative del Presidente della Repubblica dovrebbe esserci quella di lavare i piatti con un elefante. La nuova Costituzione dovrebbe aprirsi così: "Ti piace il fossato, piccolo?"