Nei libri sono contenute parole. Le parole producono immagini. Le
immagini occupano i crani. Le immagini sono seducenti: illudono che
il mondo sia rappresentabile. Nelle immagini ci si rispecchia e si
muore. Si muore di fantasia. La fantasia fa volare e, come tutti
sappiamo, volare non è possibile. Nei libri, dunque, risiedono
parole, immagini, fantasie: in altre parole, quando si legge, si
vola. E volare, lo ripeto, non è possibile. I libri sono la
residenza dell’impossibile.
Una
volta intrisi di impossibile, torniamo a riaprire gli occhi: a
mangiare le rape, a dover conseguire titoli, a voler omaggiare
qualcuno per riceverne l’approvazione. Scopriamo così che il
principio di identità vale: l’impossibile è impossibile. Siamo
delusi. Chiudiamo nuovamente gli occhi. Tentiamo di scappare. Ma la
vita ci tiene, nel suo abbraccio letalmente reale. Nel quotidiano,
percepiamo i segni dell’impossibile che abbiamo frequentato (non si
sa come; ah sì, leggendo libri). Dunque, inciampiamo nelle azioni
più banali, quelle che ci configurano come normali. Non siamo
normali. Eviteremmo con piacere alcuni inconvenienti: respirare,
lavorare, salutare, domandare a se stessi qual è il senso della
nostra esistenza. Vivremmo nella non-vita. Ci abbandoneremmo alla
comodità del cielo, delle nuvole e del non-senso. Invece, siamo qui:
in preda all’impossibile e alla terra ferma; tra pensiero e azione;
tra le parole e le pentole; tra le immagini e l’asfalto; tra i
libri e la vita.


