mercoledì 24 ottobre 2018

LA TEATRALITA' DELLA POLITICA

La politica è il teatro. Il teatro che si nutre della propria socialità, fatta di ruoli, contrapposizioni, posizioni. A guidare la composizione della scena politico-teatrale è una logica binaria e polarizzata (siano i poli due o tre). Gli attori si dividono, perciò, in fazioni. Ci sono lotte, insulti, morti. In altre parole, il racconto politico è rappresentato (ed è efficace) come racconto tragico. Quale piacere si tragga dall'assistere o dall'essere parte di una tragedia simile, non mi è chiaro. So solo che questo discorso politico-teatrale sociale, polare, dialettico, binario e tragico risulta comprensibile per gli attori e per il pubblico; e questo, forse basta a capire il suo successo. In questo tipo di spettacolo in cui "sangue e merda" fanno da sfondo ad un duello più o meno concreto, tutti diventano parte dello scherzo, leggendo un copione o inventando di volta in volta un prontuario ideologico ad hoc. Vivi e morti vengono fagocitati nel calderone dell'intrattenimento. Alcuni attori si sentono padroni della scena e usano le comparse per perseguire una socialità schematica e dualistica: Mimmo Lucano è mio, Pamela Mastropietro è tua. La politica possiede un equilibrio fragile che si mantiene grazie all'impegno dei suoi protagonisti che in cambio ricevono potere: uno scambio apparentemente vantaggioso per gli attori-padroni. Facilità del racconto scenico e vantaggio delle parti in causa rendono questo modello, probabilmente, perfetto. Però, il mondo perlopiù è in rovina. Quindi, è necessario trovare una soluzione. L'unica soluzione al senso binario e-banalmente- dialettico della teatralità della politica è il dadaismo. Basta ruoli, contrapposizioni e posizioni! Le nomine dei ministri andrebbero fatte fare ai parrucchieri. Tra le prerogative del Presidente della Repubblica dovrebbe esserci quella di lavare i piatti con un elefante. La nuova Costituzione dovrebbe aprirsi così: "Ti piace il fossato, piccolo?"

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